
Ieri
È mattino… che la felicità
non sia adombrata dalle corrosioni
del dubbio foriero di paure.
È mattino e il sole splende sul mondo.
La vita stessa splende tutt’intorno
con lui ch’ora della terra è respiro.
Il vento della sera
porta il caro profumo
del ritorno, dei nostri
abbracci imminenti come il crepuscolo,
della maternità
incipiente di luna.
Il vento della sera
riempie la casa di conviviale
attesa del talamo notturno,
che il sogno della veglia continui
nel sonno e si perpetui nell’alba.
Ma è ancora il meriggio dorato…
e il vento si sente fischiare
lontano nei bagliori del cielo
estivo…
Oggi
Vuoto. Quasi che il cielo sia uno spazio
inane, asservito a potenze estranee,
inutile e scialbo contenitore
di miserie ed esecrabili beffe.
Vuoto, ghibli di polvere desertica,
duna che avanza di sterile sale,
nel clamore della sabbia su sabbia:
è deserto la verità del sole,
che fa del meriggio l’illusione
della Fata Morgana
che irride nell’inganno del demonio.
Vuoto. Quasi che il vento non più amico
abbia esiliato i profumi d’agosto
e le speranze fiorite d’aprile
oltre l’inconnotabile orizzonte
nell’esilio d’una petraia ardente.
Vuoto, che la speranza ha trasmigrato
verso corpi più molli e disponibili,
meno sozzi di peccati e malie,
lasciando dietro la sciatta agonia
della quotidianità opacizzata
che dimentica dei gesti d’amore
estingue gli incantesimi d’affetto
che riempirono i polmoni d’inverno.
Vuoto, che pure i nomi sono astratti
e le parole incapaci di dire,
e chiamarsi e cantarsi è cecità
che non vede la luce d’un discorso.
Vuoto perché ogni parola è silenzio,
inguadabile ed arcana distanza
nello spazio che un dì ci vide amanti.